1. Fonte:
    L’Alfiere – Novembre 2004

    Lo stemma delle Due Sicilie.

    Origini e Storia

    di SILVIO VITALE

    Le origini: Normanni e Svevi

    La prima dinastia che governò le Due Sicilie fu quella normanna degli Altavilla (1041 – 1194). Re Ruggiero, come riferisce Giovanni Antonio Summonte, “portò per insegna una duplicata banda, ripartita in cinque parti, cioè cinque rosse, e cinque d’argento, la qual cala dalla parte destra alla parte sinistra per traverso, posta in campo azzurro, come portarono tutti i Normanni suoi predecessori: le quali secondo la ragione della Blason dell’armi, così dicono i Tedeschi, come composte di due principali colori, e del metallo d’argento, non significano altro, che un animo invitto in acquistar dominio” [1] (FIG. I).
    Dopo i Normanni, gli Svevi della famiglia Hohenstaufen (1194 – 1266) adottarono il simbolo dell’Aquila di nero, in campo d’argento per la dignità regia, e in campo d’oro per la dignità imperiale[2], riferibile quest’ultima ai soli Corrado VI e Federico II. Peraltro Federico, oltre che imperatore, fu anche re di Gerusalemme dal 1229 al 1244. Spetta a lui, dunque, anche lo scudo di Gerusalemme che descriveremo più avanti.
    Mentre dell’insegna dei Normanni non v’è più traccia negli scudi che nel tempo furono rappresentativi delle Due Sicilie, l’Aquila sveva ebbe, come vedremo in seguito, sorte diversa.

    Gli Angiò

    Quando gli Angiò (1282 – 1496) s’impadronirono delle Due Sicilie scacciandone gli Svevi , conferirono al regno l’insegna del proprio casato, un tappeto di gigli d’oro[3] in campo azzurro, sormontato da un Rastrello rosso. Il citato Summonte spiega che l’adozione del Rastrello valse a differenziare il ramo cadetto di Carlo I d’Angiò e dei suoi successori da quello principale dei re di Francia.

    E smentisce che il primo re angioino abbia, come sosteneva una tradizione erudita, adottato il Rastrello con il motto NOXIAS HERBAS (=le cattive erbe) alludende alla rimozione della mala pianta del re Manfredi scacciato dal Regno[4]. Cade ugualmente la tradizione popolare secondo cui il Rastrello avrebbe simboleggiato l’estirpazione dei Musulmani dai territori conquistati.
    Aggiunge il Summonte che Carlo, “poiché ottenne le ragioni del Regno di Gerusalemme accoppiò alle sue armi quelle di quel Regno, che è un H con un I in mezzo, fra quattro crocette piccole[5]‘ (FIG.II)
    A questi due scudi gli Angiò aggiunsero , a partire da Carlo III detto di Durazzo, che fu incoronato re d’Ungheria nel 1385, il relativo scudo costituito da otto Fasce di rosso e d’argento.

    Gli Aragonesi

    Quando, nel 1282, a seguito dei Vespri Siciliani, Carlo d’Angiò fu scacciato dalla Sicilia, la corona dell’isola passò agli Aragonesi (1282 in Sicilia, 1442 a Napoli – 1496) e fu offerta a Pietro d’Aragona, sposo di Costanza di Svevia figlia di re Manfredi.

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    Una curiosità: Se osserviamo uno stemma dei Savoia anteriore all’unificazione, vi notiamo la stessa Croce di Gerusalemme esistente nello stemma delle Due Sicilie. Quale la ragione? Quando Federico II perse il regno di Gerusalemme, ne conservò il titolo e così i suoi eredi. Il titolo passò in prosieguo ai Lusingano di Cipro, mentre gli Angiò lo rivendicavano per proprio conto. Nel 1458 Ludovico di Savoia sposò Carlona di Lusingano, ultima erede al trono di Gerusalemme, e da lei prese il nome di re. Da ciò l’inserimento della Croce nello stemma.

    La Sicilia rimase unita per alcuni anni alla corona aragonese e insegna comune dei due regni furono “oro e fiamme, cioè le bande vermiglie in campo d’oro”[6].
    Nel 1296 Pietro divise i due regni tra i due suoi figli. Sicché “a Giacomo II toccò l’Aragona e a Federico II la Sicilia, Quest’ultimo “pose su un unico scudo, inquartato in croce di Sant’Andrea, le insegne araldiche paterne e materne, istituendo quell’arma che per secoli indicherà la terra siciliana[6]“, ovvero inserì nei due angoli superiore e inferiore le bande vermiglie e d’oro e nei due angoli laterali le aquile nere in campo d’argento. Gli Aragonesi vollero così stabilire una legittimazione ereditaria dagli Svevi, che sarà seguita nel tempo da tutti i loro successori (FIG-III).
    Una ulteriore prova di tanto è data da quanto avvenne alla cacciata degli Angiò anche dalla parte continentaledelle Due Sicilie nel 1443. L’aragonese Alfonso il Magnanimo fondò le proprie pretese sul Regno di Napoli non solo e non tanto sulla conquista militare, ma sull’assunto che, quale erede di Costanza di Svevia e quindi di re Manfredi, egli avesse titolo su entrambe le Sicilie, insulare e continentale[8]; inoltre sulla circostanza che la regina Giovanna d’Angiò Durazzo aveva posto il Regno sotto la protezione di lui e lo aveva irrevocabilmente adottato come figlio e successore al trono[9], nominandolo altresì duca di Calabria, “titolo proprio del principe ereditario della Corona napoletana[10]‘.
    Un riflesso di queste vicende, per cui gli Aragonesi che succedono nel regno agli Angiò rivendicano rispetto ad essi una continuità istituzionale, sta naturalmente anche nell’araldica. Gli Aragonesi, nel portare a Napoli le loro insegne a bande vermiglie e d’oro, le affiancano a quelle angioine ovvero al tappeto di Gigli d’oro in campo d’azzurro, alla Croce di Gerusalemme e alla stessa arma ungherese, solo quest’ultima destinata scomparire successivamente[11] (FIG. IV).

    Possiamo concludere su questo punto che nella composizione delle insegne aragonesi e angioine risiede il nucleo primigenio dello stemma delle Due Sicilie. Esso tuttavia non esprime una realtà istituzionale unitaria, bensì due entità politiche diverse, Napoli e Sicilia, sebbene governate, salvo brevi parentesi, dagli stessi re; due entità destinate a rimanere distinte fino al 1816, quando, dopo il Congresso di Vienna, Ferdinando IV di Borbone, divenuto I, ne proclamerà l’unità politica e si dichiarerà non più Re delle Due Sicilie, ma Re del Regno delle Due Sicilie[12].

    Avvento della Monarchia ispanica

    Al periodo aragonese successe il più lungo e solido periodo spagnolo (1502 – 1707), che va da Ferdinando II d’Aragona, re di Spagna detto il Cattolico, all’imperatore Carlo V d’Asburgo, da Filippo II d’Asburgo a Filippo V d’Angiò, per citare i nomi più significativi dei monarchi succedutisi in quei secoli.
    Se con Alfonso il Magnanimo e Ferrante la dinastia aragonese aveva vissuto momenti di splendore e di forza, essa era andata poi infiacchendosi per l’insipienza dei successori[13].

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    Parallelamente in Spagna avevano avuto luogo eventi esaltanti. Le nozze tra Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, nel 1469, servirono a promuovere l’unificazione dei vecchi stati della penisola iberica. Nel 1492 essa venne completata con la conquista di Granada, finalmente liberata dalla dominazione musulmana. Nello stesso anno, in nome di quei re, Colombo raggiunse le Americhe. Nel 1502 , dopo che in un primo tempo il Regno di Napoli era stato spartito, tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII di Francia, le armi spagnole condotte da Gonsalvo di Cordova, il Gran Capitano, estesero la sovranità spagnola su tutte le Due Sicilie.

    I nuovi eventi inaugurarono il primo stemma delle Spagne e quindi delle Due Sicilie. Questo vede inquartato nel primo e nell’ultimo punto le insegne di Castiglia (di rosso al Castello d’oro torricellato di tre pezzi e fincstrato d’azzurro) e di Leon (d’argento di Leone rosso coronato, lin-guellato e armato d’oro). Negli altri due punti le insegne già descritte di Aragona e di Aragona-Sicilia. Nella punta dello scudo l’insegna, anch’essa già descritta, di Granada.
    Lo scudo, sormontato dalla corona reale e da un’aquila, reca su una lista spiegata ai due lati il motto TANTO MONTA (= fa lo stesso) allusivo all’uguaglianza tra i due re cattolici Ferdinando e Isabella. Alla base sono inoltre rappresentati il Giogo e le Frecce, allusivi alla cacciata dei musulmani dalla Spagna, simboli che saranno ripresi nel XX secolo dal regime franchista.
    Non figurano più nello scudo l’insegna gigliata angioina, sebbene essa sia destinata, come vedremo, a rientrarvi trionfalmente, dopo alcuni secoli, nella sua elaborazione finale. Anche le insegne di Gerusalemme e d’Ungheria subiranno alterne vicende fino all’acquisizione definitiva dei soli primi due emblemi (FIG. V).

    L’imperatore Carlo V

    Alla morte di Ferdinando il Cattolico, a questi successe la figlia Giovanna III detta la Pazza, moglie dell’arciduca d’Austria Filippo il Bello. Da costoro Carlo, nelle cui mani, per l’infermità della madre e per la morte del padre, venne a concentrarsi un’ incommensurabile eredità. Dal padre, arciduca d’Austria ereditò i domini borgognoni delle Fiandre, la Castiglia e le colonie americane; dal nonno materno Ferdinando l’Aragona e gli stati italiani di Napoli, Sicilia e Sardegna; infine, alla morte dell’imperatore Massimiliano, i domini della Casa d’Asburgo, tra cui l’Austria, la Stiria, la Corinzia, il Voralberg e il Tirolo. Nal 1519 viene eletto e nel 1520 incoronato imperatore[14].
    In conseguenza lo stemma moltiplica i suoi scudi e si complica di elementi ornamentali riferibili alla carica imperiale e all’acquisita grande potenza spagnola. Nello stemma imperiale sono presenti: gli scudi già descritti di Castiglia, Leon, Aragona- Sicilia, Granada, Aragona. Gerusalemme e Ungheria; inoltre lo stemma d’Austria, quello di Borgogna, quello della seconda linea borgognona, quello di Brabante, quello di Limburgo e quello del Tirolo.

    Dalle raffigurazioni del tempo rileviamo che lo scudo viene sorretto dall’Aquila bicipite sormontata dalla corona imperiale. Alla base due colonne sormontate, la prima a destra dalla corona imperiale, la seconda a sinistra da quella regia. Entrambe le colonne sono ravvolte in un’unica lista recante il motto PLUS ULTRA.(=PÌÙ in là). Le colonne sono allusive di quelle che Èrcole avrebbe poste ai due lati dello stretto di Gibilterra per ammonire i naviganti a non spingersi oltre. Dunque il motto fin allora era stato NON PLUS ULTRA (=Non più in là) Carlo V lo adottò sopprimendo il NON e capovolgendone il significato. Ciò “gli fu suggerito dal medico di corte, il milanese Luigi Merliano: l’imperatore così orgogliosamente ricordava come il proprio regno fosse tanto esteso da superare perfino i limiti tradizionali della terra[15]” .

    Per la prima volta lo scudo è cinto alla base da un collare, quello del Toson d’Oro. Il relativo Ordine, istituito nel 1730 dal duca di Borgogna Filippo il Buono di Valois, è stato ereditato da Carlo V tramite l’imperatore Massimiliano per il suo matrimonio con l’ultima erede dei Valois, Maria. Il Collare rappresenta degli “acciarini o focili concatenati tra loro ed intercalati da pietre focaie azzurre sprizzanti rosse fiamme”, inusitato omaggio cavalieresco alle armi da fuoco, alla cui base pende il “Ve//o d’Oro, la leggendaria pelle di montone d’oro della quale il mito di Giasone ci narra”. Il motto riferibile al collare è ANTE FERÌ QUAM FLAMMA MICET (^Ferisce prima che la fiamma splenda), mentre quello riferibile al pendente è AULTRE N’AURAY (=Non ne avrò un’altra)[16] (FIG. VI).

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    Filippo II

    Nel 1556 Carlo d’Asburgo, al culmine della sua potenza, compì un atto solenne di abdicazione, rinunciando ai suoi vastissimi domini, e si ritirò nel monastero di San Giusto in Estremadura. Ripartì la successione tra il figlio Filippo e il fratello Ferdinando, assegnando al primo la Spagna, i possedimenti transoceanici, i domini italiani e i Paesi Bassi, al secondo i paesi tedeschi ereditari della casa d’Asburgo.

    Ma l’investitura di Filippo (Secondo in quanto nipote di Filippo il Bello, arciduca d’Austria) era stata già preparata da Carlo nel corso dei tre lustri precedenti alla rinuncia. Infatti Filippo aveva già avuta la reggenza della Spagna, il giuramento di fedeltà dei paesi fiamminghi e della Navarra, l’investitura del ducato di Milano e, nel 1554, il governo del Regno di Napoli. Lo stemma di Filippo II segue le sorti della divisione dei domini di Carlo. Scompaiono l’Aquila bicipite e la Corona imperiale. Restano il Toson d’Oro e gli scudi rappresentativi dei suoi domini.

    Questo stemma, nella versione della Collezione Borgia[17], è il più sobrio ed elegante tra quelli che si sono succeduti nella storia delle Spagne e pertanto anche delle Due Sicilie. Nei primi due quarti sono conservati gli scudi di Ferdinando il Cattolico e cioè:

    • le Torri di Castiglia d’oro su fondo di rosso inquartato con i Leoni di Leon di rosso su fondo d’argento;
    • i Pali di rosso e d’oro d’Aragona e quelli campati in Croce di Sant’Andrea con le due Aquile nere su fondo d’argento rappresentanti la Sicilia;
    • con in punta ai due quarti la Mela granata su fondo d’argento:
    Sul tutto dei due quarti lo scudo del Portogallo, eredità di Filippo dalla madre Isabella regina di quel regno, che è d’argento con cinque Scudetti d’azzurro posti in croce caricati ciascuno d’un bisante d’argento in Croce di Sant’Andrea, con la bordura di rosso caricata di sette Castelli di oro, posti tre nel capo, due ai lati e due inclinati a destra e a sinistra della punta.

    Nei due quarti sottostanti figurano da destra a sinistra:
    • casa d’Asburgo di rosso alla Fascia d’argento:
    • Borgogna antica, Bande d’oro e d’azzurro, bordate di rosso;
    • Borgogna moderna, Gigli d’oro in campo azzurro bordato d’argento e di rosso;
    • Brabante, Leone d’oro in campo nero.
    Sul tutto dei secondi due quarti: uno scudo spartito tra Fiandra, Leone di rosso in campo d’oro e Anversa, Aquila di rosso in campo d’argento (FIG- VII).

    Lo stemma or ora descritto non subì variazioni eccetto che per lo scudo del Portogallo che ne fu rimosso a seguito della lunga lotta e dell’indipendenza conseguita dai portoghesi con la pace di Lisbona del 1668.

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  2. Ma, come vedremo, lo scudo del Portogallo è destinato a tornarvi per altra via.

    Tra Filippo V e Carlo VI

    Con la morte di Carlo II e l’estinzione del ramo Asburgo di Spagna, a questi successe Filippo duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV, che assunse il nome di Filippo V e applicò sul tutto dello stemma ereditato quello proprio gentilizio, tre Gigli d’oro in posizione 2 – 1 in campo d’azzurro, bordato di rosso (FIG. Vili). Tale successione fu tuttavia rivendicata dall’imperatore Leopoldo I per il proprio figlio arciduca Carlo, quale erede del primo ramo di Casa d’Austria. Di qui la guerra di successione spagnola che, tra il 1707 e il 1734, vide l’occupazione austriaca di Napoli e l’assunzione al trono di Carlo divenuto VI imperatore. Peraltro, nel 1713, con la pace di Utrecht, la Sicilia fu staccata da Napoli e data a Vittorio Amedeo duca di Savoia, mentre fu di nuovo ricongiunta a Napoli nel 1720 in base a nuovi accordi internazionali, dandosi ai Savoia la Sardegna in cambio della Sicilia.
    Durante il regno di Carlo VI il su tutto costituito dai tre Gigli fu sostituito col su tutto del rosso alla fascia d’argento della casa d’Austria e il resto dello scudo, come rileviamo dall’esame della monetazione dell’epoca, rimase immutato[18], salva l’inclusione d’Ungheria e Gerusalemme e l’esclusione di Fiandra e Anversa (FIG. IX).

    Carlo di Borbone e il Regno indipendente

    Nel 1734 Filippo V e la sua seconda moglie Elisabetta Farnese armarono un esercito ponendone al comando 1″ ultimo loro figlio don Carlos. Questi battè a Velletri le truppe austriache, conquistò Napoli e, nello stesso anno, la Sicilia. Come è noto, Carlo, per destinazione paterna, si insediò come sovrano indipendente, VII del Regno anche se più tardi universalmente conosciuto come III di Spagna. Da allora le Due Sicilie rimasero staccate dalla Corona spagnola.
    Lo stemma di Carlo è ovviamente lo stesso di quello del padre Filippo. Ma appaiono in esso alcune aggiunte destinate a rimanere incluse nello stemma definitivo delle Due Sicilie Quali i motivi? Carlo aveva assunto nel 1731 il

    ducato di Parma ed era stato dichiarato da Giangastone, ultimo dei Medici, proprio successore col titolo di Gran Principe di Toscana[19]. Carlo trovò quindi naturale affiancare allo scudo dinastico familiare i due scudi di Parma e di Toscana19. Nel 1736 Carlo dovette rinunciare a Parma a seguito dell’occupazione austriaca del ducato e rinunciare alla successione toscana in favore di Francesco Stefano di Lorena, ma conservò la pretesa su quei territori. Quali dunque gli stemmi di Parma e di Toscana?

    Lo stemma di Parma appariva interzato a palo, ovvero diviso verticalmente in tre parti. Nella prima in alto lo scudo dei Farnese d’oro dai Gigli d’azzurro posti 3 – 2 – 1, e in basso partito d’Austria e di Borgogna antica. Nella seconda il cosiddetto Palo della Chiesa di rosso alle Chiavi legate e passate in Croce di S. Andrea accollate del Gonfalone papale. Nella terza si ripetono in posizioni invertite gli scudi della prima. Sul tutto lo scudo del Portogallo. Seguendo le dotte informazioni del Borgia al quale si rimanda[20], apprendiamo che l’inclusione nello stemma del Palo della Chiesa fu dovuto alla nomina del duca di Parma da parte del papa Paolo III a Capitano generale della Chiesa e che il Palo ne fu poi escluso per intervenuti insanabili contrasti, mentre la pretensione sul Regno del Portogallo derivò inizialmente dal matrimonio contratto dal duca di Parma e Piacenza Alessandro con Maria del Portogallo nel 1565 e dalle controversie apertesi sulla successione a quel trono. Ecco come, unito da Carlo di Borbone lo stemma di Parma al proprio scudo, lo Stemma del Portogallo entrò di nuovo in quello delle Due Sicilie (FIG. X).

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    Predefinito

    Lo stemma di Toscana è d’oro a sei Palle collocate 1 – 2 -2 – 1, la prima d’azzurro ai tre Gigli d’oro posti 2 – 1, le altre di rosso. Ci si domanda che c’entrino i tre Gigli di Francia nello scudo toscano. E qui la nostra curiosità è appagata ancora dal Borgia che osserva come Pietro di Cosimo, padre del Magnifico, avendo in animo di nobilitare in qualche modo la propria insegna con una distinzione conferitagli da un personaggio di altissima autorità, si rivolse ed ottenne da Luigi XI di Valois di poter caricare le proprie armi con lo scudetto gigliato. Precisa il Borgia che allo scudetto fu sostituita la Palla per motivi estetici[21] (ancora FIG. X).
    Alla base dello stemma Carlo conservò il Toson d’oro, non solo ma ad essi affiancò il Collare francese del Santo Spirito, del quale era insignito, e il Collare dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio[22], facente parte dell’eredità farnesiana di Parma (FIG. XI).
    A questi aggiunse, nel 1738, il collare dell’Ordine di San Gennaro, istituito in occasione del suo matrimonio con Maria Amalia di Sassonia.
    Ferdinando IV, poi I
    Nel 1759 Carlo, chiamato al trono di Spagna, abdicò in favore del figlio terzogenito Ferdinando, che prese il titolo di IV.
    Con Ferdinando IV, altra variazione nello stemma: tornano in esso gli scudi d’Angiò e di Gerusalemme. In proposito, citando quanto rileva il già citato Luigi Borgia, va ricordato che “Da quando, nei primi anni del Cinquecento, il reame di Napoli perdette l’indipendenza, il suo territorio cominciò a essere araldicamente indicato con le antiche insegne angioine”. Queste insegne furono abitualmente inserite con tale significato nelle Vedutedella città di Napoli, a partire dall’epoca di Filippo IV fino a quella di Carlo VI, accanto allo stemma dinastico e a quello cittadino[23]

    Lo scudo di Gerusalemme, d’altro canto, non era stato del tutto dismesso. Quindi il ritorno nello stemma degli scudi angioini può ritenersi naturale. ‘
    Con Carlo di Borbone e Ferdinando IV era stata mantenuta, come era avvenuto durante la secolare storia delle Due Sicilie, la distinzione tra Regno di Napoli e Regno di Sicilia. Di ciò è testimonianza anche nello stemma che, se ovviamente è il medesimo per i due regni, presenta caratteristiche diverse nell’ornato: circondato da cornici barocche o foglie di palma per Napoli, sorretto da una grande Aquila coronata per la Sicilia (FIGG. XII e XIII).

    Nel 1798 -1799 e tra il 1806 e il 1815 il Regno di Napoli fu prima teatro dell’invasione franco-giacobina poi dell’occupazione francese ed ebbe simboli ed emblemi rivoluzionari. Ferdinando VI, rifugiatosi in Sicilia, conservò quelli patii

    Dopo il Congresso di Vienna (1814 – 1815) Ferdinando VI recuperò per intero la sua autorità col titolo di Ferdinando I: Egli infatti, secondo i deliberati di quel Congresso, avrebbe dovuto essere il primo del “Regno” delle Due Sici-le e non delle Due Sicilie. La Restaurazione segnò una sostanziale sterzata autoritaria e centralistica[24]. Con la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell’8 dicembre 1816, Ferdinando I, dichiarò: “Il Congresso di Vienna nell’atto solenne a cui deve l’Europa il ristabilimento della giustizia e della pace, confermando la legittimità de ‘ diritti della nostra corona, ha riconosciuto Noi ed i nostri eredi e successori re del Regno delle Due Sicile; Ratificato un tale atto da tutte le Potenze, volendo Noi, per quanto ci riguarda, mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato di ordinare e costituire per legge stabile e perpetua de’ nostri Stati le disposizioni seguenti: Art.l. Tutti i nostri reali
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    domini al di qua e al di là del Faro costituiscono il Regno delle Due Sicilie. Art.2. Il titolo che Noi assumiamo fin dal momento della pubblicazione della presente legge, è il seguente: FERDINANDO I, PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME EC. INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO[25], EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC. EC.
    La legge proseguiva disciplinando l’intestazione degli atti, le rappresentanze diplomatiche, la successione al trono secondo le leggi promulgate da Carlo III e la costituzione di una Cancelleria generale del Regno[26].
    Col successivo Atto sovrano del 4 gennaio 1817 disciplinante i titoli relativi ai componenti la famiglia reale, il Re trovò modo di ribadire il suo pensiero richiamandosi con dubbia pertinenza all’esempio del fondatore della monar-chia Ruggero e affermando che “l’ordine ristabilito” aveva mosso l’animo suo a “ricomporla in un unico Stato, onde l’unione delle forze e l’uniformità di governo” avessero potuto produrre “la felicità vicendevole di tutte le parti”[27]
    La riduzione ad unità e più in generale la politica della Restaurazione furono accolte favorevolmente dai ceti che avevano aderito e si erano arricchiti nel regime dei Napo-leonidi, fu subita senza entusiasmo dalla generalità dei sudditi e con disappunto dai siciliani, mentre gli intellettuali legittimisti manifestarono in vario modo la loro contrarietà[28].

    Con decreto del 21 dicembre 1816 provvide alla definizione dello Stemma che sopravvive fino ai nostri giorni[29](FIGG.XIV e XV).
    E’ quello che abbiamo visto comporsi a mano a mano dai primi scudi angioini e aragonesi. Ad esso si aggregano di seguito gli scudi dei Re Cattolici, quelli imperiali e reali di Casa d’Austria, lo scudo borbonico di Filippo V, infine quello di Carlo di Borbone che reca affiancati gli scudi dei Farnese e dei Medici. Alla base il Toson d’Oro. Ma Carlo di Borbone vi ha aggiunti gli Ordini dello Spirito Santo di cui è insignito e il Costantiniano di cui è Gran Maestro nonché quello di S. Gennaro da lui istituito. Ferdinando IV, nel riordinare lo stemma ne aggiunge un quinto, quello della Concezione, istituito dal padre fin dal 1771 in Spagna con il motto VIRTUTI ET MERITO (= Alla virtù e al merito), e un altro di propria invenzione, l’Ordine di San Ferdinando e del Merito, istituito anch’esso in epoca anteriore, nel 1800, col motto FIDEI ET MERITO (= Alla fedeltà e al merito) per premiare coloro che si fossero distinti per straordinari meriti militari o servigi in favore del Re o della Real Famiglia[30].

    Conclusione

    Concludendo possiamo affermare che l’immagine è testimonianza di una storia non provinciale, ma europea, mediterranea e ultraoceanica, legata dapprima, con gli Svevi ai destini dell’impero e di Gerusalemme, con gli Angiò ancora alle vicende di Gerusalemme e dell’Ungheria, poi, con gli Aragonesi, a quelle della Catalogna; con i Re Cattolici alla Riconquista, con Carlo V e Filippo II alla dura lotta in difesa del Cattolicesimo contro i musulmani e, in tutti i campi d’Europa e d’America, contro i protestanti. Questa storia, con gli ultimi Borbone, è la vicenda di un regno indipendente, pacifico e civile, che, pur tra mille insidie e tradimenti, prende il suo posto di lotta contro la sovversione generale e si schiera a difesa, soffocato però da un’Europa che ha smarrito, tra rivoluzioni e tirannidi, ogni regola di diritto delle genti.
    Anche col suo Stemma sulla candida bandiera trasmette un’idea di incontaminata dignità[31]
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     note:
    [1] GIOVANNI ANTONIO SUMMONTE, Dell’Hìstoria di Napoli, Libro II, pag. 33. Nelle descrizioni araldiche, per destra e sinistra s’intendono quelle dello scudo, non il punto di vista di chi guarda.
    [2] LUIGI BORGIA A. I. H., Lo Stemma del Regno delle Due Sicilie, Firenze, 2001, pagg. 12, 13.
    [3] LORENZO CARATTI DI VALFREI. nel suo Dizionario di Araldica, Mondatoli, Milano, 1997. a pag. 100, spiega che “II giglio araldi co, a tre punte, è il più nobile tra tutti i fiori che si adoperano nel blasone, ed è diverso da quello naturale Simboleggia la speranza, l’attesa del bene, la purezza, il candore dell’animo, la chiara fama, ecc”. Il giglio araldico identificabile col Giglio di Francia viene detto anche Fiordaliso.
    [4] SUMMONTE, Op. cit., libro III, pag. 318.

    [5] Ibidem. Il Summonte, in questo passo, spiega la vera origine dello scudo di Gerusalemme, che non è quello di una Croce centrale circondata da quattro croci più piccole (come si vede in tutti gli stemmi successivi del Regno), bensì quello dell’unione delle due lettere latine H e I, iniziali di Hierusalem.

    [6] SLIMMONTE. Op. cit., libro III. pag. 299.
    [7] BORGIA A. I. H.. Op. cìt. pagg. 12. 13.
    [8] ERNESTO PONTIERI. Alfonso il Magnanimo re di Napoli 1435 – 1458. E.S.I.. Napoli. 1975. pag. 14.
    [9] PONTIERI. Op. cit.. pag. 22.
    [10] PONTIERI. Op. cit.. pag. 24. La volubile Giovanna revocò più tardi l””ìrrevocabile” decisione.
    [11] BORGIA A. I. H.. pag. 21. L’Autore precisa che l’interzato in palo d’Ungheria. d’Angiò e di Gerusalemme inserito nello stemma aragonese fu introdotto dal figlio naturale ed erede di Alfonso, Ferdinando I (o Ferrante).
    [12] Legge fondamentale del regno dell” 8 dicembre 1816. Nella Collezoione delle Leggi e Decreti Reali, anno 1816, n. 76, n.565.
    [13] Sull’affermazione e il declino della dinastìa aragonese V. FRANCISCO ELIAS DE TEJADA. Napoli spagnola. La tappa aragonese, (1442 – 1503). Ediz. Controcorrente. Napoli, 1999.
    [14] Sul periodo V. FRANCISCO ELÌAS DE TEJADA. Napoli spagnola. Le decadi imperiali (1503 – 1554), Ediz. Controcorrente. Napoli, 2002.

    [15] RENZO TOSI, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli. Milano, 1991. pag. 240. Si ricordi anche la frase attribuita a Carlo V: “Sui miei domini non tramonta mai il sole”

    che la fiamma splenda), mentre quello riferibile al pendente è AULTRE N’AURAY (=Non ne avrò un’altra)[16] (FIG. VI).

    [16] Una esauriente trattazione del tema è in MALACARNE GIANCARLO, // mito del Tosone. In Araldica gonzaghesca, II Bulino. Modena. 1992, pagg. 154 e segg. La leggenda vuole che Filippo il Buono, nel 1430. abbia creato l’Ordine, più che per l’occasione delle sue nozze con l’infanta Isabella . in ricordo della chioma dorata con riflessi rossastri di una sua amante.
    Ma II Malacarne smentisce la diceria non suffragata da alcuna prova e si richiama alle finalità dell’Ordine: la difesa della Fede Cattolica e della Chiesa e la tranquillità e salvaguardia
    [17] Napoli. Carte araldiche e genealogiche, I, 28. Riprodotta in BORGÌA, Op. cit., pag. 53
    [18] Settecento napoletano. Sulle ali dell’aquila imperiale 1707 – 1734, Electa, Napoli, 1994, Monete e medaglie, pagg. 388 e segg.
    [19] Riprodotto da O. NEUBECKER, Araldica, Origini, simbili e significato,
    Milano, 1980, pag. 233, Stemma dell’infante Carlo di Borbone , gran principe di Toscana e duca di Parma, 1731 -1734, in BORGIA, Op. cit.. pag. 56.
    [20] BORGIA A. I. H., Op. cit., pagg. 29 e segg.
    [21] BORGIA A. I. H., Op. cit.. pagg. 36 e segg.
    [22] Sull’Ordine Costantiniano si veda il saggio di ETTORE GALLO, // Gran Magistero del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Ed. Il Minotauro, Roma, 2002.
    [23] BORGIA A. I. H., Op. cit., pag. 21; La Città di Napoli tra Vedutismo e Cartografia, Piante e Vedute dal XV al XIX secolo a cura di GIULIO PANE e VLADIMIRO VALERIO. Grimaldi e C.
    editori, Napoli, 1988. V. in particolare, alle pagg. 148-149, la tavola di B. Stopendaal, Amsterdam 1653, Napoli. Collez. Grimaldi.
    [24] II tema è stato trattato ampiamente nell’ XI Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta il 15 e 16 febbraio 2003. I relativi Atti sono in SILVIO VITALE, PAOLO PASTORI, NICOLA DEL CORNO, ALDO SERVIDIO, GIUSEPPE CATENACCI, Le Due Sicilie nella Restaurazione, Controcorrente, Napoli, 2004.
    [25] Di Castro e del relativo ducato vale la pena di spender qualche parola. La città , situata nella vallata del torrente Olpeta al confine tra il Lazio e la Toscana fu tra il ‘500 e il ‘600 feudo dei duchi di Parma, ma.oggetto di aspre contese e guerre con lo stato pontificio, fu alla fine rasa al suolo per ordine di papa Innocenzo X. I Farnese continuarono a rivendicarne la titolarità e da essi i sovrani delle Due Sicilie.
    [26] In Collezione delle Leggi e Decreti reali, Anno 1816, n. 76, n. 565.
    [27] In Collezione delle Leggi e Decreti reali, Anno 1817, n. 81. n. 594.
    [28] SILVIO VITALE, / controrivoluzionari. In La Rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento a cura di Massimo Viglione, Ed. Il Minotauro, Roma, 2001, pagg. 195 e segg.
    [29] In disegno originale si trova riprodotto in Archivio dì Stato di Napoli, Archivio Borbone, Inventario sommario. Voi. I, Roma, 1961, Tavola I.
    [30] Va osservato che, a parte i Collari presenti alla base dello Stem ma, vanno annoverati, tra gli Ordini cavaliereschi delle Due Sicilie, anche il Real Ordine Militare di San Giorgio della Riu nione, recante il motto IN HOC SIGNO VINCES (= con questo segno vincerai), creato nel 1819 da Ferdinando I per celebrare la riu nione dei domini posti al di qua e al di là del Faro e premiare unicamente il valore militare, e il Real Ordine di Francesco I, recante il motto DE REGE OPTIME MERITO (= Da parte del Re al merito in grado superlativo), creato da Francesco I nel 1829 per ricompensare il merito civile dei sudditi distintisi nell’esercizio di funzioni pubbliche e attività produttive. V. Gli Ordini Cavallereschi
    della Real Casa delle Due Sicilie, Roma, Segreteria della Real Casa, 2004.
    [31] Con l’unificazione nazionale la furia iconoclasta del nuovo regime si abbattè su tutto quanto costituisse testimonianza dei Borbone, ivi naturalmente compresi i loro stemmi, che furono scalpellati e divelti dagli edifici pubblici. Solo nella seconda metà del secolo scorso, ad iniziativa di sovrintendenti, sindaci e privati cittadini, si è recuperato e messo in onore qualche reperto dell’antica dinastia.
    Nel 1980, nell’ambito di una rivalutazione complessiva del periodo borbonico (V. RAFFAELLO CAUSA, Applausi per i Borbone del Settecento. Ne Le Stagioni della Campania, SEN, Napoli, 1983), si procedette anche al restauro del più antico teatro del mondo, il San Carlo di Napoli, costruito nel 1737, 41 anni prima della Scala (V. FRANCESCO CANESSA, Gli Splendori del San Carlo. Ne Le Stagioni della Campania, SN, Napoli, 1984).
    Sul maestoso arco scenico comparvero allora, nell’emblema che si trova al centro, alcune crepe al dipinto della Croce dei Savoia Al di sotto fu intravisto intatto lo stemma borbonico. La sovrintendenza decise di riportare completamente in luce l’antico stemma, che ora trionfa al centro dell’arco. I restauratori non si accorsero però che lo stemma era circondato dal Collare della Santissima Annunziata, famosa onorificenza savoiarda che lasciarono intatta. Quel collare, del tutto estraneo alle Due Sicilie, per una negligenza forse involontaria, sembra simboleggiare il cappio che, con la forzata unificazione, fu messo al collo di un popolo sopraffatto.
    Silvio Vitale

 

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