Tempi maturi per la macroregione del Sud

Sud e macroregione: una leva di sviluppo da cui ripartire per la competitività delle nostre terre

 

La storia chiede al Sud di risollevare le sue condizioni. Lo chiede attraverso le istanze di quasi 20 milioni di abitanti che non possono dimenticare la tradizione di una terra, consacrata da poeti, scultori, grandi imprenditori, filosofi da diverse centinaia di anni.  Con un’azione politica volta al saccheggio della parte più ricca del Paese oltre 150 anni fa si decise di salvare il destino di una fetta del nostro Paese, sacrificando quel popolo della parte bassa dello stivale, che aveva saputo entrare nella storia con la prima ferrovia, la prima banca, il primo teatro lirico, la prima realtà siderurgica. Con le casse di questa fetta del Paese, si andarono a coprire debiti in Lombardia e Piemonte, investendo in infrastrutture capaci di renderle competitive.  Centotrenta anni dopo l’operazione in parte si è ripetuta, quando nel post Tangentopoli l’asse economico e finanziario di ciò che viene definito Paese è stato spostato senza alcun ritegno nuovamente verso il centro nord.  E mentre in Lega Nord si inventavano filastrocche sulla “Padania” al fine di dare un costrutto storico a ciò che la storia definisce una vallata più che altro luogo di soggiorno di barbari provenienti dalle terre straniere, i partiti vendevano il futuro del Sud per una manciata di consensi con il gravissimo consenso di quei politici eletti nelle nostre terre, prontissimi anch’essi a vendere l’anima al diavolo per uno scranno lungo e duraturo.

La soluzione ideale per ripristinare le condizioni di competitività richieste dall’economia attuale e per frenare le sperequazioni tra Nord e Sud divenute oramai abissali è la creazione di una grande macroregione “meridionale” in grado di contrapporsi in ottica di sistema alle speculazioni della politica delle terre popolate dalla nebbia. Ciò deve necessariamente avvenire all’interno di quanto previsto dall’art. 119 della Costituzione, evitando mere operazioni di marketing politico che nulla aggiungono alla programmazione di un nuovo valore competitivo del Sud.  Se l’operazione vedrà ogni regione ragionare in termini unitari, ricordando che il meridionalismo ha un suo significato laddove maggioritario, le nostre terre potranno ritrovare la dignità che appare perduta.

Tutto è stato fatto per mortificare il Sud: rese scatole vuote i porti di Taranto e Gioia Tauro in un momento di ritorno ai vecchi fasti strategici per il Mediterraneo, resi sterili i discorsi sulle infrastrutture che condannano in tempi di Imprese 4.0 un cittadino campano a un vero e proprio pellegrinaggio per raggiungere Matera ad esempio. Famosa l’affermazione di un ex ministro della Repubblica che vedeva nelle rocce un limite alla creazione di ferrovie in Calabria o ancora le dichiarazioni di un manager di primaria realtà ferroviaria che riteneva non vi fossero le condizioni di redditività per collegare con l’alta velocità tutte le più importanti cittadine da Roma in giù.

Se realmente si vuole ragionare in termini di costruzione di un grande progetto identitario occorrerà superare anche le resistenze di quei politici, imprenditori, esponenti della società civile che continuano a percorrere la strada del colonialismo del Nord dimenticando, con colpa, la connivenza che proprio politica, imprenditoria e società civile hanno garantito a chi voleva confinare la storia del Sud in un discorso legato al passato.  Chi si opporrà ad un progetto serio e strutturato di macroregione meridionale dovrà raccogliere la responsabilità storica di essere sostenitore di tutte quelle storiche iniziative di boicottaggio della nostra economia.  Non è certo la Lombardia o il Piemonte ad essere la locomotiva del Paese. Sono i nostri conterranei che consumando beni e servizi prodotti dal Nord e venduti al Sud in pieno stile coloniale, consentono al Nord di definirsi locomotiva ciò che la lettura dei dati economici reale definisce oggi tutto al più un vecchio convoglio a carbone privo di qualsivoglia leadership. Siamo noi che consentiamo con i nostri limiti rappresentati nella incapacità di essere corpo unico a consentire a speculatori di assurgere al ruolo di leader nazionali.

Il progetto macroregione non è una novità: se ne parla da tanti anni, con diverse declinazioni. Va tuttavia considerato che mentre qualche anno fa poteva rappresentare una scelta strategica, oggi appare conditio sine qua non per dignità e competitività dei nostri territori. Chi scrive ritiene che l’azione non si deve fermare alla proposizione di un quesito referendario, quanto piuttosto comprendere anche una proposta, prevista ovviamente su un piano differente, di vera e propria politica economica in grado di individuare soluzioni a problemi quali occupazione, povertà diffusa, deficit pubblico legato a gestioni allegre e fallimentari, sanità, futuro per i giovani e presente per i meno giovani. Mancano progettazioni serie e programmatiche per industria, artigianato, commercio e turismo. Manca del tutto la logica di gestione ottimale dei beni culturali quali leva per creazione di economia e benessere sociale.

Laddove anche una parte di tutto ciò dovesse divenire realtà, nel caso in cui dunque il Mezzogiorno ragionasse in termini di una sola e grande macroregione, sarà possibile creare anche nel nostro opportunità di investimento e di rientro in patria dei cervelli pregiati su cui il Nord costruisce la sua proposta competitiva. Ragionare come un solo popolo e non come un gruppo di tribù dal grande passato ma incapaci di guardare a presente e futuro: ecco la sfida che la storia chiede alla nostra classe dirigente nel nuovo secolo.

 

Leonardo Lasala per il Roma del 21 dicembre del 2017

Verso Sud