Quelle 5***** stelle che illudono il Sud

L’affermazione del M5S alle recenti elezioni politiche del 4 Marzo, trainata soprattutto dal voto nelle regioni meridionali, ha suscitato un certo entusiasmo nel mondo meridionalista: il voto è stato interpretato come protesta del Mezzogiorno nei confronti delle politiche “nordcentriche” della precedente legislatura, lettura che fin qui può reggere, ma in maniera inopportuna e spregiudicata  alcuni politologi della domenica si sono spinti oltre fino a tentare di far coincidere la geografia del voto con i confini dell’ ex Regno delle due Sicilie e ad individuare nelle origini campane di Di Maio e Fico una garanzia per il Sud.
Nel suo discorso di insediamento come presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico ha parlato di “portare equilibrio laddove ci sono squilibri, in modo che nessuno debba più sentirsi ai margini e tutti riescano a esprimere le proprie potenzialità”, citando un generico senso dello stato che vogliamo incarnare, e portando come esempi specifici privilegi e costi della politica e le tecnologie digitali. Fine.

Neanche il tempo di finire il discorso e i dati Eurostat ci hanno restituito l’istantanea di un Paese in cui il potere d’acquisto in Padania è mediamente il doppio rispetto alla colonia interna: in particolare  in Trentino Alto Adige, nella provincia di Bolzano, è pari al 149% della media Ue laddove in Calabria si arriva appena al 59%. Nel frattempo scoppia il caso del comune di Napoli abbandonato a se stesso sulla questione del debito, neanche la metà rispetto ad altre grandi città come Roma, Milano o Torino e in altre circostanze tamponati con i soldi di tutto il paese. Nelle festività pasquali l’ennesimo boom turistico a Napoli viene ignorato, come da consuetudine, dalla stampa mainstream a favore di flussi al Nord e, dulcis in fundo, per la prima volta nella storia viene commissariata una fondazione bancaria. Si tratta della fondazione Banco di Napoli, ovviamente, e non ad esempio di quella di MPS, responsabile di uno dei peggiori scandali finanziari a livello europeo, ripianato con gli aiuti di stato, e sulla quale aleggia il giallo della morte di Rossi.

Quello stesso Banco di Napoli che fu fatto fallire per crediti definiti “inesigibili”, comprato da BNL per la ridicola cifra di 62 miliardi di lire e rivenduto di lì a poco al gruppo San Paolo Imi per ben 3mila miliardi di lire, operazione che permise ai primi di salvarsi da una profonda crisi finanziaria e ai secondi di diventare uno dei primi gruppi bancari del paese. Quegli stessi crediti “inesigibili” che invece sono poi stati recuperati dalla società SGA ed utilizzati per ripianare i buchi di altre banche del Nord, tra cui proprio MPS.

Il tutto in un contesto in cui, nell’arco di poco più di un decennio, la proprietà di tutte le banche del Mezzogiorno è stata trasferita al Nord, scelte come il federalismo fiscale, quello energetico e la legge Calderoli sulla Sanità trasferiscono ordinariamente risorse dal Sud al Nord, mentre sul piano degli investimenti straordinari basta ricordare che tra ferrovie dello Stato e ECF, circa 12 miliardi di euro, oltre il 99% è andato al Settentrione. Stessa sorte toccata ai porti con la famigerata “Via della Seta”, alla rete autostradale o al cablaggio per la banda ultralarga di internet. Di tutto questi “squilibri” nell’attività politica di Fico, oltre che nel suo primo discorso da presidente, non c’è traccia.

Non disponiamo di sfere magiche per prevedere con esattezza il futuro, ma due cose le sappiamo per certe: la prima è che nella passata legislatura l’opposizione parlamentare dei 5 Stelle sui temi riguardanti la questione “colonia interna”, anche da parte degli eletti nelle circoscrizioni meridionali, è stata lacunosa per non dire assente. La seconda è che l’illusione che sia sufficiente essere nati a Sud per mettere al primo posto dell’agenda politica le questioni che interessano al Mezzogiorno è un lusso che il meridionalismo non può permettersi.

Lorenzo Piccolo per il Roma del 12 aprile 2018

Verso Sud