Quella storia da riscrivere: Garibaldi fu il primo a pentirsi dell’Unità

 

 

Il primo tra i ‘grandi nomi’ a perorare la causa del Sud, già nel 1868, fu il cosiddetto ‘Eroe dei due mondi’, in una lettera alla ‘patriota’ Adelaide Cairoli. La Cairoli ebbe otto figli, di cui quattro morirono in guerre e imprese risorgimentali, inoltre sostenne e finanziò i Mille.

Uno dei figli, Benedetto, fu garibaldino e, insieme al Condottiero, partecipò alla vita politica del Regno fin dalle prime legislature ‘unitarie’. Benedetto Cairoli ricoprì vari incarichi e si costruì una carriera che l’avrebbe condotto, a partire dal 1878, ad essere due volte Presidente del Consiglio dei Ministri. Invece Garibaldi mal tollerava la vita di parlamentare: eletto a ogni tornata, si dimetteva quando era in disaccordo coi provvedimenti del Parlamento.

È inizio estate del 1868, in piena X legislatura e Garibaldi si dimette ancora, in un momento in cui Cairoli ha bisogno del suo sostegno. Adelaide Cairoli prende la penna e gli scrive, chiedendo, rammaricata, il motivo delle dimissioni. Garibaldi risponde il 7 luglio con un’amareggiata missiva, conservata presso l’Archivio Centrale di Stato.

Garibaldi spiega che, dopo aver visto morire in battaglia la meglio gioventù, per fare l’Italia, non può continuare a tollerare i traffici del Parlamento che definisce «assemblea d’uomini destinata in apparenza a far il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione!»

Poi si sofferma sulla sorte delle popolazioni ‘liberate’:

«Chiedete (…) delle benedizioni con cui quegli infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene esse maledicono oggi a coloro che li sottrassero dal giogo d’un despotismo che almeno non li condannava all’inedia, per rigettarli sotto un dispotismo più schifoso assai, più degradante, e che li spinge a morir di fame. Io ho la coscienza di non aver fatto male, nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo d’esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della disprezzabile genia che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore ove noi avevamo gettato le fondamenta d’un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato»

Garibaldi è chiarissimo: i popoli del Sud, con l’Unità, sono finiti dalla padella nella brace e il ‘crimine’ perpetrato è tale che già dopo pochi anni la sua natura è manifesta. Con coraggio e onestà intellettuale, Garibaldi riconosce il proprio errore terribile e denuncia il dispotismo schifoso che già allora spingeva il Sud a morir di fame.

[Si ringrazia Giancarlo Chiari e la sua associazione M.A.R.S.S. per la consulenza storica e documentaria fornitemi.]

 

Riccardo Bruno per il Roma del 1 febbraio 2018

Verso Sud