Pizza ed Unesco, un vantaggio per il Sud ?

La pizza napoletana è patrimonio Unesco: l’annuncio, con un tweet del Ministro Martina, del voto in Corea del Sud arriva dopo un iter di 8 anni di negoziati, e conclude un percorso iniziato nel 2006, quando l’allora ministro Pecoraro ( ex radicale, poi nei Verdi e membro del governo Prodi) fece partire la prima proposta. Lo stesso Pecoraro che ha rilanciato l’iniziativa con una raccolta firme che ha raggiunto quota 2 milioni, più della metà delle quali grazie alla mobilitazione di Coldiretti.

Alla notizia esultano tutti, compreso il sindaco di Napoli, ma onestamente non ci è chiaro cosa abbiamo da festeggiare i napoletani. Partiamo da alcuni dati: il solo mercato nazionale della pizza vale dai 10 miliardi (CorSera del 16/04/2013) ai 16 miliardi di euro annui stimati dall’Istituto Europeo della pizza. La stessa Coldiretti, in una sua indagine, riferisce di un indotto da 300mila posti di lavoro e di un fatturato globale che nel 2016 ha superato i 60 miliardi di euro. La maggior parte del mercato nazionale, neanche a dirlo, è nelle mani di aziende del Nord. Ben prima di tale annuncio Claudio Sebillo, uno degli ideatori di Napoli Pizza Village, ebbe a dichiarare che “per quanto riguarda la ricaduta economica che il riconoscimento dell’Unesco potrebbe garantire, i vantaggi arriveranno se riusciremo davvero a farci riconoscere la paternità della pizza”.

Ed è perlomeno strano che il paese che riesce a strappare un tale riconoscimento internazionale non sia in grado di risolvere, nell’arco di un decennio, una banale questione interna quale il DOP o DOCG per la pizza, considerato anche che ha trovato modo di garantirlo, ad esempio, alla piadina romagnola (sentenza 02405/2015 del Consiglio di Stato), innescando una serie di cause contro aziende di altre regioni o addirittura dell’Emilia stessa in difesa della territorialità del prodotto.

La vicenda diventa più chiara se si considerano le dichiarazioni del presidente della Coldiretti, il torinese Roberto Moncalvo, rilasciate poco prima che la Commissione Unesco si riunisse a Roma, e che rimarcavano “l’italianità della pizza”, la necessità di “difendere l’originalità tricolore del prodotto” e le “formidabili opportunità occupazionali che possono venire nell’agroalimentare nazionale”. Dichiarazioni da interpretare alla luce del fatto che di lì a poco la Coldiretti firmerà a Bologna un accordo di filiera con una azienda emiliana, la Italpizza, per lanciare sul mercato pizze surgelate. Una pizza “100% italiana” e che guarda caso non avrà neanche un ingrediente prodotto in Campania.

A Settembre scorso invece, sempre nel solco della “italianizzazione” della pizza, viene presentato a Benevento un hub per esportare pizza surgelata “made in Italy” di proprietà del gruppo Nestlé, alla presenza del ministro della Coesione territoriale e del Mezzogiorno Claudio de Vincenti e del governatore della Campania Vincenzo De Luca. In sintesi, ad esultare per il riconoscimento Unesco e a sragionare di pizza italiana sono imprenditori come Dario Roncadin, amministratore delegato di Roncadin SpA, azienda di Pordenone che produce pizze surgelate, e sponsor politici come Roberto Maroni, che senza particolari sforzi immaginiamo più vicino alle istanze dell’industria padana che non a quelle dei pizzaioli napoletani.

Non è di difficile interpretazione tanto improvviso interesse dell’Italia per la pizza napoletana. Finché al paese era concesso far parte del G8, nessun interesse per tutto ciò che si collocava a sud del Garigliano . Con l’ingresso in Eurolandia e la deindustrializzazione programmata a favore di Germania, il cui principale attore è stato proprio quel governo Prodi di cui Pecoraro ha fatto parte, urge ripiegare su altro, come ad esempio il nostro patrimonio storico – architettonico, la cui gestione viene privatizzata a favore di aziende tutte del nord. Stessa sorte, purtroppo, anche per la pizza, che subisce un processo di “italianizzazione” per poter essere meglio svenduta ad aziende padane o multinazionali straniere.

Ci piacerebbe poter dire che ai Napoletani hanno lasciato solo le “briciole” del riconoscimento culturale, ma in realtà non ci sono neanche quelle, dato che l’Unesco ha recepito una rappresentazione di Napoli e della sua storia ai limiti del folcloristico, e i “festeggiamenti” si sono incentrati presso la Pizzeria Brandi, dove erano presenti i cosiddetti artisti Unesco della pizza, e dove è stato reiterato per l’ennesima volta il falso storico di stampo risorgimentale della pizza margherita nata come dedica alla casata dei Savoia.

Lorenzo Piccolo per il Roma del 14 dicembre 2017

 

 

 

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