“Pittati” dal pensiero identitario

 

Per comprendere questo libro di sport che di sport non è, bisogna sapere due cose: la prima, propedeutica all’acquisto, è quella di pensare che “Forza Napoli” è la frase imprescindibile; la seconda, necessaria al giusto godimento della lettura, è saper distinguere il calcio a Napoli dal Calcio Napoli.

Tu scegli come leggerlo, mentre  l’autore apparentemente neutro, ti narra di miti, menzionandoti aneddoti e ti accompagna per mano in un piccola epopea nella “Terra di Mezzo” dello sport mondiale. Il Dio Calcio, mito di intere generazioni di gladiatori, col numero 2 sulle spalle e semidei con la maglia numero 10. Ed innanzi a te, come in un percorso narrativo al passo della comprensione di tutti, scorrono lente le diapositive che il popolo ha dipinto (“pittato”) o scritto sui muri. Ed al mito si aggiunge il vissuto, il ricordo che coinvolge ognuno di noi.
Ma perché sui muri? Perché non attraverso le foto, i dipinti su tela? Perché il muro pittato è immediato e come tutte le immagini vale più di 999 parole. Basterebbe questo.
Ma se il lettore decidesse di mettersi nei panni di chi ha vissuto in pieno la generazione di quelli che hanno avuta la certezza dell’incertezza, di nascere e vivere consapevolmente nell’epoca del “Pensiero Debole”, l’epoca in cui una frase di Maradona contro Agnelli aveva sicuramente più valore di tanti libri sull’unità d’Italia? A chi credere, se tutto quello in cui sei stato educato a credere è o sembra menzogna. La storia di Napoli su Napoli la scrivono tutti ormai, perché non farla raccontare al popolo liberamente? Ma come farlo senza dare voce liberamente al bieco e sano populismo? Il popolo libero, da che mondo è mondo, scrive quel che pensa sui muri, a Napoli, con la scusa del pallone, lo “pittano”!
Un percorso identitario degno di un premio all’originalità, superficialmente complottista ma che non sdegna stoccate dirette: “A Napoli il calcio non è solo uno sport. L’ostilità con la Juventus, rappresenta un conflitto aperto dal 1861…”
L’autore riflette in pieno, in questi accostamenti, la padronanza sul suo percorso meridionalista. Ma chi conosce l’autore ha la certezza che la volontaria superficialità sia solo un mezzo, un amo, che l’autore occulta nella sfera di cuoio. Com’è capace di fare chi, sin da bambino, ha frequentato personaggi meridionalisti come Nicola Zitara e Pasquale Squittieri.
A questo punto del libro, la magia del racconto mitologico che scalda il cuore sfuma, con la scomparsa degli Dei, nel meandro oscuro del Calcio Moderno, nella squadra fallita, nelle trasferte a Gela, nel calcio fatto solo di soldi, nell’offesa del fratello italiano. Il lettore deve di nuovo scegliere. Se sceglie di non capire, di non leggere “il mio primo grande ritardo ” all’appuntamento con gli Dei, le restanti pagine sono una simpatica lettura sulla scia narrativa aperta da Luciano de Crescenzo con la Napoli di Bellavista. Ma sceglie, invece,  di capire? Di quali altri “grandi appuntamenti” parla l’autore, oltre al primo? Per la generazione ideologizzata,  c’era il racconto della II guerra mondiale che faceva sembrare la propria generazione “in ritardo”. Per la generazione del “riflusso”, gli anni 70 erano un mito, un appuntamento con la storia mancata. La generazione dell’autore ha ascoltato, di Maradona, l’enfasi vittoriosa della gioia dei padri e non solo il racconto triste di “dove eravamo la sera durante il  terremoto” della generazione precedente. Voci di popolo, voci di Dio, così i capelli di Diego divennero reliquie. Racconti della punizione contro Tacconi diventano scene da film memorabili. La voglia di rivincita. Ma la rivincita sul campo stentava a venire, allargamento di vedute, lancio lungo in profondità, vendita di Cavani, tradimenti e Juventus, senza nemmeno che ve ne siate accorti vi ritrovate più forti nella vostra identità e Campioni d’Inverno, il libro è finito. No! Come in una finta di Maradona, avete letto un libro su Napoli, che parla di Napoli fuori da ogni stereotipo folkloristico. Che non ha nessuna pretesa universalista nell’aver svelato qualche verità nascosta che non si possa avere il coraggio militantemente di scrivere su un muro e che, udite udite, è scritto da un meridionalista che stampa il suo libro a Napoli.

Pittat un libro dal pensiero libero a chilometro zero.

di Nando Dice per il Roma dell’11 gennaio 2018

 

Pittat

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