“NON SEMBRI NAPOLETANO”.

O “non sembri siciliano”, o calabrese, o comunque del sud. Quante volte un meridionale si sente ripetere questa frase, nella vita? E’ la signora bergamasca vicina d’ombrellone, oppure il collega nella fabbrica di Modena dov’è emigrato. Te lo dicono con occhi colmi di meraviglia e di simpatia, convinti di farti non si sa bene quale complimento nel dirti che non somigli alla tua gente. Troppo istruito, civile e per bene. In questi casi il dilemma è sempre lo stesso: come reagire? Bisogna arrabbiarsi o istruire l’incolto di turno su quanto sia stata storicamente incivile o meno la nostra terra? Ricordare alla “siura” o al collega padano che cosa sia stata la Magna Grecia, che Pitagora (si, signora, quello del Teorema) fondò la sua scuola a Crotone, che Tommaso d’Aquino, Giordano Bruno e Benedetto Croce si formarono a Napoli. Certo, se nessuno ne parla la gente non può sapere quanti e quali primati tecnologici e culturali furono raggiunti nel Regno delle Due Sicilie negli anni immediatamente precedenti l’Unità d’Italia. La storia ufficiale nega tutto, come potrebbero? I libri di storia raccontano che al momento dell’Unità d’Italia la povertà dei contadini meridionali era spaventosa, che ci fu il colera. Non raccontano  che il Regno di  Napoli era talmente ricco che da solo batteva più moneta di tutti gli altri stati italiani preunitari messi assieme, che il Regno di Sardegna invece era in bancarotta, o che a metà ottocento re Ferdinando II emanò la prima ordinanza nota al mondo di “Raccolta Differenziata”. Si, proprio qui, nella città della Munnezza. Ed anche quando bisogna dare un volto a Napoli, chissà perché  si sceglie sempre il peggiore: Milano è rappresentata dal suo Duomo, Torino dalla Mole Antonelliana, Venezia dai canali, ma Napoli? Nella migliore delle ipotesi, dal Vesuvio. Molto spesso, però,  si mostrano i vicoli, magari con qualche bidone di spazzatura in primo piano. Non uno dei suoi tantissimi monumenti.  Quando si parla di Napoli si pensa a Gomorra, o alle donne un pò volgari che protestano nei video del web perchè si è “scambiata la pelliccetta”. Non si parla di brave persone che si alzano presto la mattina e vanno a lavorare, no. Quelle stanno solo al nord. Non si racconta dei napoletani che per campare decentemente fanno due o tre lavori, o dell’innata compassione nei confronti dei bisognosi che non consentirebbe mai al sindaco di Napoli di vietare l’assistenza ai clochard. Nè si fa cenno all’autoironia, che ci porta a diffondere video simpatici di battute e performance poco raffinate non perchè siamo tutti così, ma perchè ci piace ridere delle nostre pochezze e dei nostri difetti. Così gli italiani, pardon, gli “altri italiani”, immaginano una Napoli che è reale, ma che è solo una delle mille Napoli esistenti. Napoli è fatta di pelliccette e gomorroidi, ma anche di cultura  e dignità, di poesia e di musica. Di persone oneste, educate e laboriose. Per cui se sembro una persona colta e civile non ditemi che “non sembro napoletana”. Io sono l’espressione perfetta di un grande popolo, pieno di ombre e miserie, ma anche di grandezza. Io sembro esattamente quello che sono e chi pensa diversamente non conosce la mia gente e parla a vanvera.

Elina Tizzano per il Roma del 23 marzo 2018

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