Nell’era della globalizzazione la richiesta di dignità del Sud

Leggere i giornali e spulciare i siti internet di informazione, in questi giorni fa divertire e arrabbiare contemporaneamente.

L’ennesima contumelia e riproposizione dell’eterno divario Sud – Nord, che da un bel po’ è divenuta vera e propria diatriba, inutile nasconderlo o peggio ancora negarlo. L’odio dei Meridionali contro i “polentoni” nordisti sfruttatori e colonialisti imperversa fino a diventare rivendicazionismo e vero e proprio separatismo: Catalogna docet.

E allora cosa significherebbe oggi parlare di Meridionalismo, Meridione, Sud, Questione meridionale ecc. Null’altro che storia, ricordi, scoperte, insomma verità. Non appassiona molti parlare di Entrate e Uscite dello Stato, di Pil e di Spesa pubblica, ai più interessa con sana morbosità soprattutto ricordare. Si, appunto ricordare, ricordare cosa era il Meridione, il Sud dei primati, delle ferrovie, dei porti, di Mongiana e di Pietrarsa, della Reggia di Caserta e del San Carlo, degli usi civici e di San Leucio. Insomma, ai Meridionali interessa principalmente smentire se stessi, o almeno quello che di “se stessi” gli altri italiani, quelli ufficiali, quelli del settentrione, del nord, cioè quello che gli odiati “invasori” continuano a imporre quale verbo ufficiale dell’italianità.

E allora nasce e si autoalimenta un nuovo meridionalismo, una forma “neo virtualista” della conoscenza, della storia, infine appunto della Verità. Ecco il nodo intorno a cui si snoda l’intero ciclo contemporaneo del Neomeridionalismo, quello che proviene dall’accesso “immediato”, “diretto”, “free” alla Verità, quella che Il Corriere della Sera di Milano, la Stampa di Torino, la Repubblica di Roma, la Mediaset di Cologno Monzese e la Rai di Roma, si ostinano a nascondere, a negare, a contrastare, quasi fosse il “neoborbonismo” il vero “pericolo” di “morte di una nazione”. E allora, con curiosa avidità, immediatamente si ci chiede il perché di cotanto astio, odio, lavorio; del perché il “chiacchiericcio straccione” dei meridionali da reddito di cittadinanza preoccupa tanto i super poteri nazionali. Si sa, ricordando Martin Luther King: “Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato”, ed è quello che in fondo temono i “nordici”, non perché siano intimamente preoccupati delle sorti dell’Europa, dei mercati internazionali, del globalismo, dello spread, o di altre sciocchezze del genere; no la loro unica e concreta preoccupazione è quella di mantenere il più a lungo lo status quo. Quello che in soldoni vede il reddito procapite delle regioni settentrionali d’Italia superiore a quello medio tedesco da oltre trent’anni, e che se i cosiddetti “piagnoni del Meridione” con il reddito procapite appena equivalente al 40% di quello delle regioni del Settentrione italiano, si azzardassero solo lontanamente a voler migliorare la loro magra esistenza, beh allora come si esprimerebbe il caro Marcello Marchesi  “anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano” e potrebbe succedere che lo stesso Victor Hugo consiglierebbe di  “prendere la società ai quattro angoli della tovaglia e buttar tutto in aria!”.

E dunque succede quello che sarebbe dovuto succedere già da tanto, che con il buon pretesto del Meridionalismo si scopre che si è tutti Meridionali i poveri e tutti Settentrionali i ricchi, e allora si prende coscienza che le cose non potranno più perseverarsi, e per capire chiedo aiuto ad Aristotele: “Gli inferiori si ribellano per poter essere uguali e gli uguali per poter essere superiori”, ed ecco la sintesi del contrasto che oggi caratterizza la diatriba “Meridionali-Settentrionali”, meridionalismo e settentrionalismo, nordismo e sudismo. Il Paese non fa altro che riproporre la sua eterna storia di dualità, di quelli che si sentono “eletti” perché “portatori di libertà” (neppure loro sanno realmente quale libertà, e portata a chi), e dall’altra coloro i quali rivendicano la loro “libertà” di esserci in uno Stato sempre patrigno,mai probo di amore e attenzioni così come rivolte agli altri, quelli dell’alta Italia ricca e dal reddito procapite troppo alto per poterlo ottenere senza togliere qualcosa a qualcun altro, e tanto per questo il meridionalismo diventa necessariamente ribellismo, giustizialismo, rivendicazionismo e tanto altro ancora. E allora succede che gli Stella e i Feltri bruciano il loro deretano quando i “cenciosi” meridionali chiedono niente di meno che un poco di dignità, un minimo di considerazione, un tozzo di pane per sopravvivere nell’era della tempesta globalista.

 

Ignazio Catauro per il Roma del 15 marzo 20183

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