La tradizione del caffè

Sulo a Napule ‘o ssanno fà. Alcune considerazioni sul caffè napoletano.

Eduardo, in Questi fantasmi, diceva: “A noi altri napoletani, toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone. Io, per esempio, a tutto rinuncerei, tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua fuori al balcone. E me la devo fare io stesso con le mie mani.”

‘A tazzulella ‘e café, a Napoli, è considerato un rito antropologico. Precipuo della tradizione locale, è da sempre protagonista della cornice letteraria, gastronomica e culturale della città: centinaia le canzoni a lui dedicate (non ultima la celeberrima Don Raffaè di Fabrizio De Andrè, genovese dal cuore napoletano) ed un esempio importante della sua presenza nella vita dei cittadini è il famosissimo caffè sospeso, ancora rinvenibile in alcuni bar dei quartieri popolari, pagato da un cliente per il prossimo ad entrare, chiunque egli sia. Prendere il caffè è un’usanza sociale talmente radicata che contribuisce a scandire la quotidianità dei contesti e delle relazioni che in esse si declinano. Ad esempio, in qualsiasi ambiente lavorativo, sia esso pubblico o privato, non esiste capufficio o utente che non riconosca ad un operatore il sacrosanto diritto di sorseggiarne uno, disponendosi con pazienza ad attendere che finisca di rivolgergli la parola, anche per una faccenda urgente. Questo atteggiamento non è da interpretarsi come rassegnato all’inadempienza altrui, bensì come un opportuno ed intelligente investimento interlocutorio. Nel dire “Vabbuò, pigliatevi prima il caffè e poi ne parliamo”, anche il capufficio più dispotico o l’utente più richiedente sa bene che, una volta finito di bere, la persona in questione, mossa anche da gratitudine per il rispetto mostrato nei confronti del suo caffè, sarà meglio predisposta ad un ascolto più attento e solerte.

Tale predisposizione all’attesa ed alla tolleranza è rinvenibile solo in una città come Napoli, in cui i criteri di efficienza e di funzionalità non sono condivisi con quelli delle altre città del mondo. Questo perché Napoli è una città che non ha particolari frette o esigenze, bensì da priorità sempre l’aspetto relazionale e dialogico delle interazioni sociali e, nel far questo, si avvale di un rituale, come quello del caffè preso insieme, ritenendolo sempre un espediente utile ed opportuno. “Ho una buona notizia, vi offro un caffè.” “Non andare ancora via, è pronto il caffè.” “Dobbiamo uscire, ma prendiamoci prima il caffè.” “Facciamo appuntamento al bar, prendiamo un caffè e poi ci incamminiamo.” “Devo parlarti, facciamolo davanti ad un bel caffè.” “Volevo chiedere scusa a quella persona, e le ho mandato un caffè.”

E, se Napoli non ha mai fretta, allora anche il caffè non può essere sorseggiato troppo velocemente. Questo perché è buono soltanto se rovente (da qui la richiesta che abbia le tre c, comme c* coce) e se talmente denso che lo zucchero, se versato da due dita di altezza, necessita di ben otto secondi prima di essere assorbito. In qualsiasi altra città del mondo, soprattutto quelle più veloci ed efficienti, ci metterà molto meno. Ma non avrà lo stesso sapore che ha a Napoli.

di Francesca Dicè  per il Roma dell’8 dicembre 2016

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