Interesse Nazionale, l’Agorà del pensiero ribelle a Napoli

Professor Fusaro, l’associazione Interesse Nazionale si pone nella prospettiva di fungere da strumento di comprensione dei tempi che viviamo, con particolare attenzione ai meccanismi economici che incidono sulle nostre vite, e al primo punto del relativo manifesto si parla di “ristretta aristocrazia finanziaria apolide, sradicata e ultracapitalistica” come nuova classe dominante. E tuttavia l’informazione ufficiale e buona parte della cosiddetta “intellighenzia” classificano tali argomenti come populismo, complottismo se non addirittura bufale per “webeti”.

Esattamente! Come ho più volte avuto modo di affermare, l’oligarchia finanziaria apolide, poiché di “ὀλίγοι” trattasi e non certo di “άριστοi ”, secondo la classificazione aristotelica delle forme di governo e relative degenerazioni, attraverso la neolingua artatamente costruita per rendere afasico ogni pensiero che si oppone a quello dominante, suole chiamare le cose coi nomi invertiti: populismo la volontà popolare; complottismo la lettura della realtà in guisa difforme rispetto allo storytelling diffuso dal suo clero intellettuale attraverso i media; fake news ogni notizia che contravvenga o sfugga al suo orwelliano controllo

 

Valori di destra, idee di sinistra: è evidente l’intenzione di andare oltre la tradizionale divisione tra destra e sinistra, in funzione di una lettura anti-sistemica, fortemente critica nei confronti del neoliberismo e della cappa culturale del politicamente corretto.  Nella categoria degli sconfitti lei fa rientrare quella borghesia e quella classe lavoratrice precedentemente considerate in conflitto, ma ora riunite in un’unica categoria dei “dominati”, il vero conflitto è tra “alto” e “basso”, a “meridione” potremmo dire.?

Ma certamente; destra e sinistra oggi sono una pura protesi ideologica di manipolazione e galvanizzazione delle masse.  E richiamandomi alla tesi di fondo che ho estesamente sviluppato nel mio libro “Storia e coscienza del precariato”, dopo il 1989, nel quadro del nuovo ordine globale turbocapitalistico, il conflitto di classe vede contrapposti il Signore apolide e mondialista del capitale liquido-finanziario, da una parte, ovvero  l’alto,  e il Servo nazionale-popolare precarizzato, dall’altra, ovvero il basso. Gli interessi del primo sono opposti a quelli del secondo: mondializzazione, libero mercato deregolamentato, più Europa, economia desovranizzata e mille altri interessi del Signore mondialista sono sciagure per il Servo precatizzato. E viene tacciato di comunismo e di fascismo chiunque osi  anche solo mostrare le contraddizioni e proporre un rovesciamento della situazione mediante la ripoliticizzazione del conflitto, la risovranizzazione dell’economia, la deglobalizzazione anti-imperialistica e il riorientamento geopolitico in chiave non atlantista.

Una simile lettura viene tacciata sempre più frequentemente, nel mondo del politicamente corretto, dell’accusa di rossobrunismo. Cosa si intende per rossobrunismo nell’ambito di ciò che lei ha classificato come neolingua?
Rossobrunismo, nella neolingua, è la classificazione di ogni possibilità di resistere al mondialismo, mentre l’unica resistenza possibile può scaturire solo da una dinamica di deglobalizzazione, difesa nazionale e risovranizzazione dell’economia.
Rossobruno è pertanto chiunque che, consapevole che l’antagonismo odierno si basi sulla verticale contrapposizione tra servi e signori e non su vane divisioni orizzontali, oggi rigetti destra e sinistra. La classe dirigente è tale non soltanto in termini economici e sociali, ma anche e soprattutto nella concezione simbolica del linguaggio. Previa una neolingua del modernismo postmoderno, il pensiero unico politicamente corretto, viene demonizzata ogni possibilità del “Pensare altrimenti”, di dissentire dal pensiero unico stesso. Ci convincono così a orientarci come masse che legittimano il loro dominio.

 

 

Un altro punto di particolare interesse è il primato del politico sull’economico, in opposizione alla tendenza delle aristocrazie finanziarie a spoliticizzare le questioni economiche in nome delle liberalizzazioni, privatizzazioni e desovranizzazioni. L’idea di stato sovrano come ultimo baluardo a difesa del primato della politica sull’economia è conciliabile con l’attuale struttura e funzione dell’Unione Europea, oppure si tratta di una antitesi irrisolvibile?

L’eurocrazia è la tragica realizzazione del capitalismo assoluto, in cui la devoluzione della sovranità e gli organi finanziari d’Europa segnano la destituzione integrale e la morte della politica, cui si somma anche il commissariamento, nel nostro caso specifico, della politica italiana. Per cui il modo migliore per voler bene all’umanità è occuparsi della propria comunità nazionale. Bisognerà pertanto neutralizzare il campo operativo dell’economia eurocratica, tornando a comunità nazionali resistenti, che riacquisiscano il primato sovrano della politica sull’economia. Questo è l’unico modo di seguire l’insegnamento di Marx e di Gramsci; per essere contro il capitale bisogna neutralizzare il campo operativo dell’economia tramite una comunità, una gestione locale e democratica delle risorse e dei pensieri: la sovranità dovrà essere un momento di ricongiungimento di politiche di economia.

 

               

Diritti sociali e del lavoro contro diritti civili: i temi sociali e lavorativi hanno ceduto il passo ai diritti civili, quelli che Peppino Impastato chiamava “diritti privati”, e ad un antirazzismo di facciata, utilizzati come armi di distrazione di massa che, facendo leva sulle pulsioni emotive, sono poi in realtà funzionali allo sdoganamento e alla accettazione acritica di privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, guerre “umanitarie” e sfruttamento dell’immigrazione di massa come esercito salariale di riserva di marxiana memoria.

Mentre oggi si estendono, a mo’ di compensazione cosmetica, i diritti civili dell’individuo dal legame sociale spezzato (l’oltreuomo post-borghese e post-proletario), procede con solerzia l’opera di annientamento dei diritti sociali e del lavoro (connessi alle forme della comunità sociale borghese e proletaria). Nel quadro dell’accumulazione flessibile, l’ideologia dei diritti civili, in assenza di quelli sociali, distrae le masse dalla rimozione in atto degli stessi diritti sociali. E, in maniera convergente, le convince surrettiziamente che le sole rivendicazioni degne di essere intraprese riguardino la sfera dei diritti civili dell’io individuale concepito come atomo energetico portatore di illimitata volontà di potenza consumistica. Si assiste, così, al duplice movimento della proletarizzazione sempre più radicale delle masse nelle forme dello sfruttamento precario e flessibile e, insieme, della deproletarizzazione di una sinistra che pensa e agisce come se la classe dei lavoratori e degli sfruttati nemmeno più esistesse

Lorenzo Piccolo per il Roma del 24 maggio 2018

 

 

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