Colomba o pastiera e l’eterna lotta tra globalizzazione  e tradizione

 

 

Al Sud, la colomba  rappresenta uno dei tanti dolci pasquali, presente, per fortuna,  in maniera sempre più rara sulle nostre tavole  in quanto la tipicità  e il recupero ostinato e perpetuo delle nostre tradizioni gastronomiche cercano di arginare gli effetti nocivi della globalizzazione e la conseguente triste omologazione del cibo uguale in ogni latitudine e longitudine del pianeta.

E così,  anche le strategie di marketing più raffinate, atte a confondere il consumatore (dalla colomba a gusto limoncello all’innominabile colomba al gusto di pastiera) non riescono ad arginare la perdita d’interesse al Sud di questo dolce milanese nato negli anni Trenta del secolo scorso nell’azienda Motta, la cui produzione è mirata solamente a poter riutilizzare i macchinari in disuso e gli ingredienti in eccedenza dei panettoni natalizi.

E ben vengano allora, in un tripudio di colori e sapori nostrani: la pastiera, il tortano, il casatiello, la pizza chiena, l’agnello e capretto al forno con patate, la pasta al forno ai quali si accompagnano i “superclassici” del lunedì In Albis e delle scampagnate fuoriporta : frittata di maccheroni, carciofi arrostiti, uova sode, ricotta,  soppressate e salumi vari.

Ancora oggi, continua la preparazione dei pani lievitati con sopra adagiate delle uova,   pani votivi che gli antichi greci chiamavano “coulloura” preparati e offerti  inizialmente con  riti pagani per ottenere  favori e benevolenze ed ora adottati (dovremmo dire scippati) dalla religione cristiana, così come il rito del “laurillo”, una pratica di buon augurio per la raccolta delle messi di grano nel mese di giugno, il grano seminato un mese prima delle feste pasquali e germogliato al buio per evitare che il riverbero della luce lo facesse diventare verde  in piccoli contenitori pieni di terreno.

Ricordiamo nei  Venerdì Santo con la via Crucis quando tanti paesi nel Sud si trasformano in piccole Gerusalemme e la tradizione de “a zupp’ e cozzeche” del giovedì santo. E’ questa  una bella tradizione che si fa risalire al regno borbonico e precisamente a Re Ferdinando I il quale per aggirare degli ostacoli posti di un frate dominicano che lo  rimproverava per la sua golosità, decise di far snellire, almeno per il giovedì santo, un piatto da lui amatissimo “Cozzeche dint’ ‘a Cannola” che diventò, appunto,  il rinomatissimo piatto che conosciamo.

Quindi, la zuppa di cozze   è diventata un’abitudine consolidata per i napoletani, i quali, infatti, dopo il passeggio, la sera del Giovedì Santo amano desinare con questa prelibatezza consumata nelle proprie case o in un rinomato ristorante.

Patrizia Stabile per il Roma del 14 aprile 2017

 

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