Anche il “borbonico” caffè è ormai del Nord

 

Sembrerebbe la solita spicciola retorica di chi rivendica qualcosa che non gli appartiene e quindi chiariamo subito che non è il piagnisteo isterico che ci interessa sottolineare ma l’ennesimo atto colonialistico, giustificato in nome di quelle “leggi del mercato” che danno vantaggio sempre e solo ai soliti: al sistema Nord.
Se cerchiamo di catalizzare l’attenzione, per l’ennesima volta, su determinate tematiche legate alla nostra Terra offrendo lo spunto per leggerle in chiave meridionalista non c’è bisogno di cercare sempre i “peli nell’uovo” nelle maglie della storia revisionista. Il colonialismo è costante ed è sotto gli occhi di tutti.
E’ quindi non ci sorprende apprendere dell’imminente vendita della maggioranza del capitale sociale (60%) della florida azienda di Caivano, “caffè Borbone”, terza in Italia, per visibilità e fatturato, nel settore cialde dopo Nescafè e Lavazza. Nulla quaestio se dietro non ci fosse sempre (e da 157 anni) il trito copione che prevede il saccheggio da parte dell’imprenditoria del Nord a scapito di realtà aziendali del nostro territorio che, inserite in un contesto socio-economico volutamente svantaggiato e con effettive e conclamate difficoltà di accesso al credito-opzione mai preclusa ai potenti omologhi dell’opulento Nord- riescono a competere comunque sul mercato nazionale ritagliandosi addirittura una fetta di mercato estero.

E   Massimo Renda, titolare di caffè Borbone e futuro Presidente esecutivo della nuova società con i “nordici”, rientra a pieno titolo tra queste persone capaci. Pur rispettando una sua scelta imprenditoriale è nostro preciso dovere comprendere perché per taluni soggetti acquirenti, sia così semplice assorbire le nostre Aziende, nonostante la maggior parte appartengano al Nord Italia e quindi è implicito vista la storia recente bancaria che sono quasi sempre assistiti da politiche ed aiuti finanziari di Stato e di banche compiacenti, in barba alle leggi del mercato. Ad esempio la Italmobiliare spa (futura comproprietaria di maggioranza del “CaffèBorbone”) è una controversa holding, termine inglese che serve ad indicare una società finanziaria, quasi sempre con sede legale in un paradiso fiscale, che detiene la maggioranza delle azioni ed il controllo di un gruppo di imprese. Anche se, molto più prosaicamente, possiamo definirle, nella maggior parte dei casi, un sistema, tipico delle lobbies dei potenti, di frodare in maniera legale il fisco nel mondo.

La Italmobiliare spa viene ricordata da tanti come la holding che ha venduto ai tedeschi, per 1 miliardo e 600 milioni di euro, nel 2016, la bergamasca Italcementi, una delle poche multinazionali presenti in Italia e leader incontrastata nel settore costruzioni fin dal 1867. Controllata dalla riservatissima famiglia Pesenti, fuori dai circuiti gossippari che hanno invece intrappolato tanti rampolli dell’Italia che conta, pesa sulle loro spalle una di quelle storiacce degne di una spy-story di John le Carrè e che ha per oggetto una rocambolesca scalata all’Italcementi del faccendiere siciliano Michele Sindona finanziato, per l’acquisizione delle azioni, da Roberto Calvi e dal Banco Ambrosiano. A contraltare l’emorragia il dott. Pesenti che si reca allo I.o.r., la potente banca della Chiesa la quale risolve la questione a caro prezzo: le azioni vengono vendute per mille miliardi di lire ai Pesenti con un consolatorio e considerevole guadagno da parte di Sindona. Quei soldi però sono presi “illegittimamente” dalle stesse banche della holding dei Pesenti , in barba a tutti i regolamenti e grazie al sistema criminogeno delle scatole cinesi ideato da Enrico Cuccia di Mediobanca. L’amicizia “intima” di Cuccia e coi Pesenti, non è certo una prova di nulla, è solo un caso. Un caso, che in questa Nazione si ripete più volte. Nel “sistema Italia” grazie alle numerose scappatoie per suoi protetti, interpretando in modi diversi la stessa legge che ai nemici invece applica rigorosamente, è tutto regolare. Per la cronaca la famiglia Pesenti sarà coinvolta  successivamente soltanto per una storia di mazzette nel polverone sollevato da Tangentopoli. Fa impressione accostare queste storie al logos Borbone,  cognome di una dinastia tanto amata e che avrebbe dovuto essere identificata con la nostra Terra e con la nostra gente, e che sarà invece inserito in questa holding, un circuito di imprese e aziende che comprende, seppur in percentuali minime, Mediobanca, UniCredit, Rizzoli, Corriere della Sera.  Non fa uno strano se non spiacevole effetto? Soprattutto   se pensiamo all’aneddoto che accompagna la tradizione del caffè che racconta dell’arrivo a Napoli, liberata dagli austriaci, del nostro amato re Carlo I di Borbone il 10 maggio del 1734 che per riposarsi fece tappa nel Monastero di san Francesco da Paola vicino Porta Capuana bevendo un caffè paradisiaco offerto dai frati.

Chi da ora crede all’ ipotetico aumento della produttività e al consequenziale aumento dell’occupazione tra Caivano e zone limitrofe, è italiano dentro, cioè è un Napoletano illuso perché nessun imprenditore del Nord ha mai investito al Sud se non allettato da sgravi ed incentivi ed i Renda lo sanno e da bravi imprenditori hanno solo seguito la corrente del potere. A noi l’amaro ricordo di una canzone di Pino Daniele.

Patrizia Stabile per il Roma del 12 aprile 2018

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